Monday, June 18, 2018

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Toborrow and toburrow and tobarrow!
[...] We may come, touch and go, from
atoms and ifs but we're presurely destined
to be odd's without ends.
James Joyce




rivà veloce come verso il vuoto
rovinano le solide strutture
la luce che rivolge questo moto
a mala pena svolto dalle oscure
spinte che si dipanano dal nodo
dove un viluppo assorbe quanto è stato
e quanto ancora avrebbe avuto modo
d'essere almeno solo immaginato
se fosse stata amica la corrente
che alcuni afferra e lascia altri nel guado
o fosse stata più agile la mente
a farci dire a tempo me ne vado
dove di queste solite faccende
nulla mi resti e nulla sia dovuto
e dove non vi sia chi mai s'arrende
a scivolare presto nell'imbuto
che fa di tante sorti un solo corso
unico e ribadito come un crudo
ma sciocco e immotivabile rimorso
che è il senso pieno innominato e nudo
che ciascuno riveste e porta addosso
con quegli sputi che si fanno tele
di questo ingovernabile rimosso
minuscolo granello di querele
che gridano che basta che la vita
è il colpo inferto che non puoi vedere
ma senti non appena fra le dita
incapaci di stringere le cere
di queste carni lisce come seta
ti pare che tu stesso ormai trascorra
come il risucchio fosse la tua meta
o tornarti piuttosto nella sborra
schizzata via per caso da tuo padre
dal flusso inarrestabile di colla
che tiene insieme queste smorte squadre
di corpi acché concimino la zolla
dura che regge le intricate strade
rivolte in ogni dove come masse
di fili in cui se infine un nodo cade
stringono innumerevoli matasse
da cui non è mai gioco districarsi
né serve ripulirle delle chiazze
con cui chi passa tenta i propri scarsi
gesti individui o lasciti di razze
o solo il segno tenue di quei passi
con cui se pur diversi poi s'arriva
dove conduce la comune prassi
in quella sponda dove si ravviva
appena scorta la scia che lasciammo
nell'attimo sospeso in cui si vira
solo per constatare quanto andammo
senza senso ma appena con la mira
di dire andiamo anche se andare è il danno
perché non c'entra il tempo non esiste
un tempo che non sia solo l'affanno
di sentire un se stesso che persiste
in quello che ci appare un solo spazio
unico e fitto d'infinite teste
ciascuna dentro e ognuna al proprio strazio
di percepire il mondo e le proteste
d'esservi dentro nel comune andazzo
perché di questo scorrere nel tempo
di questa corsa non ci frega un cazzo
dacché non si trattò di andare a tempo
nel mentre ne eravamo ancora immersi
finché di noi non si facesse scempio
ma di trascorrere spazi diversi
ad ogni batter d'occhio per esempio
di commutare insomma i luoghi stessi
dove si spinge il corpo e dove spinto
risospinge e modifica i complessi
rapporti che lo tengono distinto
e fuso insieme dove si profonda
così che infine per ciascun evento
sinaptico che cade giù dall'onda
percettiva si fonda un mondo intento
già a sparire nell'altro che si monta
rapidamente al flusso successivo
che mentre sorge ancora in parte sconta
il punto in cui ogni partenza è arrivo
come se ogni sostanza fosse un rogo
che brucia tutto quanto trova in giro
perché sussegua all'uno un altro luogo
nell'attimo racchiuso di un sospiro
e tutto si disperda dentro il fuoco
che si consuma mentre ci consuma
così da rendere sempre più fioco
quello che resta come quando fuma
solo la cenere arsa nelle braci
e sotto non vi resta che una bruna
misera traccia dei tronchi vivaci
ch'ebbero forma ed ora hanno nessuna
consistenza né spazio che li abbracci
e tenga stretti perché esiste un punto
ma un punto proprio dove questi spacci
di mondi quando ognuno ha ormai raggiunto
l'altro e vi si è inglobato in tutta fretta
chiudono esiste un punto dove l'urto
diviene inevitabile e la retta
si spezza degli spazi non è un furto
non è un inganno è la fine certa
fine del mondo e breve apocalisse
definitiva riva che l'incerta
vista intravide e a cui ciascuno disse
non è per me né a queste ferme bolge
verrà la massa viva che mi resse
e reggerà fin tanto che si avvolge
come un pezzo di nastro sulle stesse
noiose note se una all'altra insorge
e torna come nuova questa vita
perché per quante indefinite forge
sembri assumere il suono che s'avvita
quando completa il giro questo nastro
è solo un ingannarsi dell'udito
che sente nuovo ogni ulteriore incastro
di note che ritracciano un finito
perimetro di suoni in un più vasto
fluire di possibili strutture
che sono invece proprie di quel guasto
capace d'infinite architetture
con quei mattoni che la testa fece
impastando per bene del suo umore
pochi reperti attratti dalla pece
di quanto esterno è vivo e interno muore
riconsegnato a far da superficie
a ciò che copre l'intimo relitto
e a quella voce che sottile dice
che quanto è vivo sconta il suo delitto
e sogna il tempo in cui per gli organismi
morire era quell'esito perfetto
che li compiva come dentro i prismi
la luce passa a invaderne l'aspetto
e a ravvivare in rispecchiati spasmi
la massa cieca che è della materia
se non scorre spargendo i suoi miasmi
il fermento del fuori in ogni arteria
a dar la scossa che prometta quiete
come il giorno richiama già la sera
perché il corpo non è se non in rete
con quanto impasta e scioglie la sua cera
non è insomma nient'altro che la sede
transitoria di quanto intorno al campo
viene e rivà nel mentre nutre e cede
e fa cessare senza via di scampo
perché ogni corpo è spazio senza sosta
che si riaggrega ad ogni mutuo scambio
fra il limite di pelle e ciò che accosta
quella barriera molle cui dà in cambio
la luce appunto e ciò che dà di frusta
a quanto rimarrebbe invece inerte
spento per sempre nella quiete giusta
se per tante ferite infine inferte
non fosse divenuto quella treccia
di cose vive e perché vive infette
che ribollite tutte nella feccia
di quanto andò e quanto si ristette
fanno la massa fluida e molliccia
su cui si regge il vaporoso intrigo
dove si riconsegnano alla spiccia
passioni voglie e quanto va nel frigo
della memoria perché sia ripreso
e offerto poi malgrado ogni diniego
quando tutto il passato ridisteso
verrà contrassegnato con un frego
e lasciato cadere giù nel cesso
senza un rimpianto e senza esitazione
forse soltanto dandosi del fesso
per quanto s'abitò nella prigione
del proprio tempo credendo che fosse
quel proprio il contrassegno dei padroni
e non la data che destina fòsse
a tutto ciò che vive e a quei coglioni
che sfuggire credettero alle morse
di quanto morde infine tutti quanti
tenendosi in disparte a dirsi forse
nemmeno mi si nota se fra tanti
che vanno dibattendosi nel corso
come sfidando invano le correnti
mi metto a galleggiare un po' sul dorso
chissà che questo flusso non s'allenti
se invece vado sotto e quanto posso
cerco di rincagliarmi dentro il fango
o schiacciato da questo peso addosso
dimostro nell'aspetto come piango
il dolore che ci hanno tutti dentro
ma quel dolore è un assegno in bianco
qualcosa messo lì a far da centro
e meta ultima e propria d'ogni stanco
ammasso di fermenti che un po' a stento
si tiene insieme come con gli spilli
quale una foglia in bilico nel vento
non serve andarsi dentro perché brilli
quel colpo di coltello quell'intacca
che padri e madri vibrano nei figli
non serve constatare che si spacca
il seme perché il frutto infine pigli
consistenza perché se questo tocca
a tutti allora ognuno se lo tenga
e muoia i suoi lamenti sulla bocca
se mai sperando che la mente spenga
questo ronzio continuo che molesta
e piuttosto che al dentro gli occhi spinga
su questa superficie dove infesta
ancora il privilegio e non si finga
accecato dal male che l'attrista
perché se questo male tutti avvinghia
non prende allora alcuno alla sprovvista
e non è più sincero chi più ringhia
è solo quel cantore un po' scadente
che canta il suo sociale che s'impingua
del fatto che ci sia chi non ha niente
se non certo quel male che la lingua
nemmeno dice quando il male offende
anche il condursi e il semplice sfamarsi
e se dunque è l'interno che ci arrende
sarà la superficie la catarsi
sarà questo trascorrere nel tuono
che ci raggrega e ci fa tutti spersi
e come vedi baby m'abbandono
a farmi forma solo in questi versi
perché sia superficie appena il suono
che non chieda compensi né perdono
...
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Gabriele Frasca
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